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lunedì 10 gennaio 2011

LA CLESSIDRA DIPINTA. Racconto veridico

Il TEMPO è una brutta bestia.
Mi piacerebbe affrontare sempre ogni momento come dico spesso, come un magazzino di infinite possibilità. Qualche volta però il momento presente diviene una sorta di involucro che ti cristallizza la vita.
E quando questo va inteso in senso letterale... beh, ci vuole TEMPO per metabolizzare l'esperienza. Ora che è passato un mese e mezzo posso finalmente analizzare quello che è successo.
Era il 23 novembre. Giorno di ripetute in salita, il che per me vuol dire passare un bel foglio di carta vetrata sui gioielli di famiglia, per poi intonacarli a freddo. Ognuno ha i suoi allenamenti che affronta con malcelata ostilità, diciamo. Non so perché decisi di farlo la sera, probabilmente per non trovare auto sulla stradina che uso di solito per questo tipo di allenamenti, che torna comoda perché è ben illuminata. 
Verso le 21 mi preparai ad uscire, ma prima controllai gli ultimi aggiornamenti della blogosfera. In particolare mi lessi questo post. Un'immagine interessante, tratteggiata in modo elegante come al solito.
- Il presente! - lo dissi ad alta voce, anche se ero da solo - è l'unico momento che conta, ci scriviamo il futuro. Commenterò dopo. Uhm,immobilizzami lì...
Già, dopo. Non potevo certo comprendere l'assurdità di questa parola, in quel momento! Ma andiamo per ordine, che non è temporale ma... non lo so più. Pronunciate quelle parole, mi alzo rapido, e i miei occhi si trovano per un attimo a pochi centimetri da una Drosophila immobile nell'aria. Immobile? Mi soffermo a guardare il moscerino da più distante. Sì, sembra proprio fermo. Beh, affaracci sua, penso con un gesto di stizza, mentre l'orologio sul desktop del PC mi rende noto che sono le 21.07 e che come al solito sto sprecando TEMPO. 
Scendo le scale alla svelta. Ma è sempre stata così debole la luce qui? dovrò parlarne con i vicini, forse una lampada in più non guasterebbe.
Sono in strada. C'è qualcosa di strano, non so spiegarmelo. Ecco, s'è placata del tutto la tramontana che soffiava nel pomeriggio, ma anche questo, no, non rende l'idea, non descrive adeguatamente l'immobilità assoluta dell'aria. E c'è dell'altro. Il silenzio. Quando si usano figure retoriche come silenzio assordante, beh, no, ancora non ci si avvicina a descrivere quello che si prova ad essere in città, sia pure in periferia, e sperimentare l'assoluta assenza di rumore, a parte il proprio respiro che diventa, quello sì, assordante e ti devasta il cervello. Più avanti nella strada, l'unica forma di vita visibile, un uomo chino sul cofano aperto della propria auto, sta evidentemente cercando l'origine di un guasto, e dev'essere molto concentrato perché non gli vedo fare un movimento per diversi... per un po', ecco. 
Mi scuoto. Aziono il GPS e inizio a correre in direzione dell'uomo che subito alza un braccio per richiudere il cofano. Bene. Nel percorso di 3 chilometri su strade secondarie che mi separa dal mio "campo di allenamento" serale ho il modo di convincermi di aver avuto un momento di sbandamento. L'aria si muove, i consueti rumori della città in lontananza non sono fastidiosi come al solito; incontro una sola auto, una classe A rossa sulla curva di Via della Quiete che viaggia in direzione opposta alla mia.
Il sollievo sarà momentaneo.
Stoppo il GPS sulla "linea di partenza" per le ripetute. Mentre programmo l'attrezzo per l'allenamento (10 serie di 100 m con recupero di 2 minuti e mezzo) suderei freddo, se la totale, irreale immobilità dell'aria me lo permettesse. La mano destra trema mentre agisce sul dispositivo.
Parto immediatamente per la prima ripetuta per non pensare. Evito un gatto, bianco con macchie grigie sulla schiena, che mi taglia la strada dopo pochi metri. Ancora una volta azionare il GPS mi restituisce l'attrito consueto dell'aria. Torno giù a passo, sento l'aria lambirmi la faccia e i rumori della non distante Sesto Fiorentino ma è tutto come ovattato, rallentato, sono come immerso in un ambiente intorpidito. Seconda ripetuta. Di nuovo il gatto. Lo stesso, nello stesso punto (il budello di su' ma' cane, penso, mi mancava lui). Mi taglierà la strada in tutte e 10 le serie, e non tardo a capire che non è solo lo stesso dispettoso felino, è proprio la stessa scena sempre identica a se stessa, compare a testa bassa, da destra a sinistra, a passi rapidi, e si ferma altrettanto rapidamente sul ciglio opposto, voltandosi a guardarmi.
E il gatto non è l'unico elemento che si ripete ciclicamente lungo le serie. Non sto qui a descrivere l'orrore crescente con cui durante le serie capisco che una splendida luna piena esce fuori da una nuvola durante le ripetute, e vi si ricaccia dietro durante i recuperi. Solo che in andata la nuvola si muove velocemente da sud verso nord, mentre in ritorno si muove molto più lentamente da nord verso sud. E che io sia dannato se non è ogni volta la stessa fottuta identica medesima nuvola, e ora qualcuno mi spieghi come può una nuvola mantenersi assolutamente identica in forma e dimensioni per un tempo di... oh maledizione!
Fine del decimo recupero. La musichetta che dal GPS me lo segnala è una gragnuola di pugni nello stomaco che pervade un silenzio di nuovo abissale. Mi affretto a ripartire e a riavviare il GPS, ma non è finita. C'è qualcosa disbagliato intorno a me mentre corro verso casa facendo lo stesso percorso dell'andata. I rumori hanno tonalità stridule mai sentite, e l'aria... non fa attrito, è come se mi risucchiasse via, non so spiegarmi meglio. Ma non dovrei sorprendermi, come invece faccio, quando vedo alla medesima curva la classe A rossa venire verso di me IN RETROMARCIA. Ma la luce posteriore bianca è spenta. (certo, può essere bruciata la lampadina. O anche no)
Sono a casa. Faccio le scale al buio. In casa accendo la luce... diciamo che premo l'interruttore. Li premo tutti. Ma non le chiamo luci quei barlumi che "si accendono". Mi sposto fra le stanze accompagnato dal mio respiro che mi martella le tempie. Il frigo, il congelatore. I motori fermi o meglio inceppati, la temperatura interna indefinibile, tocco il ghiaccio nel freezer e le dita non sentono il freddo, è come un pezzo di polistirolo. Apro il rubinetto del lavandino ed esce un filo di fluido che non è l'acqua che conosciamo, non scorre, è come quando rovesci l'ultimo millilitro di olio di vasellina del flacone.
Questa casa è morta, penso sgomento mentre entro in bagno. Provo ad azionare lo scarico. Cilecca. Senza il minimo rumore.
Non è morta. E' FERMA.
Mi siedo alla scrivania, di fronte al PC. Ehi, ora che ci penso l'ho lasciato acceso prima. Tocco il topo e... meraviglia. Mi appoggio esausto alla sedia anatomica, l'immagine che ho di fronte mi pervade tutta la vita che mi sento rifiorire dentro. Funziona! Ma l'immagine del desktop, la stessa disempre, è quantomai ironica... quei due campioni, da sessant'anni ormai nel nostro immaginario immobilizzati lì, nella strettoia, visto che non è dato sapere cosa stesse sopra e sotto, chi abbia dato il via a quello splendido divenire.
Sto seduto lì davanti ormai da... oh, sto seduto lì davanti. La Drosophila è immobile a dieci centimetri dalla mia testa. Sotto le ruote di Coppi, l'orologio segna le 21.07. Come può essere altrimenti?
Devo fare qualcosa. Clicco freneticamente e a caso, nessun sito funziona. Pagine bianche. Ho un'idea. C'è qualcosa che non può non funzionare. E infatti,  scarico i dati del GPS... e come in trance li guardo e ripercorro il teatro dell'assurdo che ho vissuto, e gatti e lune e nuvole mi annebbiano la vista, e numeri inconcepibili minacciano di impadronirsi della mia già provata ragione, perché sì, il TEMPO mentre è fermo può allo stesso TEMPO scorrere nelle due direzioni, e con velocità diverse.
C'è da impazzirci. Ma impazzire non risolve il problema fondamentale: come ne esco? Disperato, tento vanamente di aprire altre pagine, finché - oh, tempora! - trovo un link che funziona.
QUESTO.
Ma certo. Come ho potuto non pensarci? Rileggo il testo, e all'improvviso capisco. Ci sono cinque commenti. Ora so cosa fare, con cognizione di causa. Il mio sarà il sesto. Lo scrivo freneticamente, usando quasi le stesse parole che avevo pronunciato... quando?
La mia mano trema quando clicco su "posta commento", ma infine il commento appare, e... beh, devo sbattere le palpebre perché il moscerino ha una gran voglia di infilarsi nel mio occhio destro. Lo guardo dirigersi verso la più vicina lampada a risparmio energetico, la cui luce si fa piano piano più intensa. Lo scarico scarica, i motori tornano a farsi sentire, l'acqua che scorre è una melodia celestiale. Pochi SECONDI, e l'orologio segna le 21.08. La vita riprende.
Ho pensato continuamente a quello che successe. Mille volte ho riletto quei dati assurdi, quei due minuti e mezzo che diventano 21 secondi al contrario.Più volte son tornato su quella stradina a cercare il gatto. Volevo chiedere agli abitanti delle case vicine, ma ci ho rinunciato. In fondo, lui non s'è certo accorto di niente. Mille domande e mille dubbi ancora mi attanagliano.
Di una cosa però son certo, certissimo. Ogni volta che leggerò qualcosa qui, commenterò immediatamente. E in silenzio, potete giurarci.


Un grazie a Luce, che in realtà leggo e commento perché vale sempre la pena.

giovedì 16 dicembre 2010

RACCONTO. Cronache di una invasione intestina

Per chi gli va, il racconto in questione è da Silas Flannery, che ringrazio come sempre per l'ospitalità.
Buona lettura.


martedì 7 dicembre 2010

EFFETTO FARFALLA. Racconto futuribile

Dintorni di Harrisburg, Pennysilvania. 
Nel tipico giardino di una tipica abitazione di campagna del New England, un assolutamente tipico esemplare di Felis Catus dorme stravaccato su un fianco a poca distanza da un altrettanto ordinario Canis Canis di razza orgogliosamente bastarda, di piccola taglia. 
Nell'avvicinarsi ad un esemplare di Centaurea Cyanus (fiordaliso), una farfalla ali di zebra, Eurytides Marcellus, sfiora con un suo battito d'ali le sensibilissime vibrisse del felino, svegliandolo. "Natadancane" pensa a suo modo l'animale guardandola allontanarsi, allungando voluttuosamente le quattro zampe. Nel far questo, la zampa anteriore destra intercetta il tragitto di un gruppetto di Formica fusca costrette così a cambiar direzione e a percorrere il mezzo metro che le separa dal nero lato B del canide. Un paio si infilano a un niente dalla coda. Il cane si desta, si agita nel tentativo di scacciarle, invano. Si fionda verso la porta posteriore di casa, aperta, che dà sulla cucina. Qui incoccia sulle gambe del padrone, mentre il cordless su cui questi stava componendo un numero si libra in aria e conclude la sua parabola sul tavolo.
- Cane del cazzo!
- Michael! - (la moglie) - Devi proprio esprimerti in questo modo? E chi cazzo devi chiamare alle sette del mattino?
- Ecco, appunto. Cazzo, sempre in mezzo i tuoi cazzo di animali del cazzo. Chiamerei quel cazzone di mio cugino, in Italia, se non me lo impedissero. Lì sono le undici. Beh, passami quel pane imburrato, ci riprovo dopo colazione.
Livorno, ore undici e quindici. Il cugino cazzone sta camminando svelto in via del Vigna quando nella tasca destra dei calzoni qualcosa inizia a vibrare. Si blocca all'istante per estrarre il piccolo cellulare ultrapiatto. Troppo istantaneamente: Massimo detto il Loja, che lo seguiva distratto come al solito gli stampa la sua sproporzionata pinna nasale sulla schiena.
- Ir budello di tu' ma'!! O cosa ci 'ombina fermassi 'osì, d'amblé?
L'altro lo guarda di sbieco e riparte, rispondendo al cugino americano.
Il Loja fa un gesto disgustato con la mano e si guarda intorno.
- Boia, guarda un poìno dove mi son ritrovato grazie a quel brodo. Guasiguasi mi fermo che l'ora è quella giusta.
L'insegna del bar dice "Civili", e a Livorno 'un c'è bisogno d'aggiungere altro.
- Carlo, mi fai un ponce?
- Vieni, Loja! Boia, solo te ir ponce all'undici, eh! come te lo fo, rumme e sassolino?
- Sambuca ce n'hai?
- Ce n'ho sì, dé. Ma un'è meglio 'r sassolino?  Via che ormai l'ho fòri.
- Fai te, tanto fai sempre ir cazzo che ti pare. Ha' visto? oggi forse inchiodano 'r chiorbone bitumato...
- Eh, diovolesse!
Il calendario dietro al bancone è aperto sulla pagina di maggio 2015. Dopo quasi 20 anni, il presidente del consiglio ha finalmente ricevuto una condanna definitiva, e alla Camera si sta discutendo la richiesta di autorizzazione all'arresto. La votazione è prevista per il pomeriggio, alle sedici in punto.
- Oioi 'om'è bòno 'r ponce dé. Senti, Carlo, ma poi vella storia di Mario com'andò a fini'? No, sai, fece certi pezzi...
All'altro lato del bancone, Nicola si alza e sbuffa. Voleva star tranquillo altri dieci minuti, ma sa che frenare l'esuberanza del Loja non è possibile. Rassegnato, paga ed esce. Francesca lo aspetta a Firenze per pranzo, poi nel pomeriggio lo accompagnerà agli Uffizi, dove non è mai stato. Una vecchia  amica dei tempi dell'Università. Bei tempi...
La Firenze-Pisa-Livorno è trafficata ma non ingolfata. Vado tranquillo, pensa Nicola, inutile correre rischi inutili, è una strada bastarda. Poco prima di Empoli, la botta. Nicola guarda nello specchietto. Un banale tamponamento poco dietro di lui, accosta e scende. Nessuno si è fatto niente, tutti scendono, dietro si son fermati... e già un po' di coda si sta formando.
"Boia, che botta di 'ulo, se partivo un attimo dopo beccavo tutta la 'oda". Riparte tranquillo. "Loja, amico, ir prossimo ponce te l'offro io, dé".
Ore tredici e dieci. Nicola arriva in Piazza Puccini, parcheggia come può che la zona è fra le più impossibili della città e sale tre gradini a tre le due rampe di scale di casa Faustini. Francesca non è cambiata per niente... Nicola come ogni volta si chiede come mai fra loro non sia mai scattata quella molla.
- Bischera!
- Troiaio!
Una risata cristallina di entrambi, e un abbraccio... beh...
- Lasciali stare, i Bischeri. Lo sai come originò il termine a Firenze?
- Dé, so a malapena chi erano i Quattro Mori di Livorno, io...
- Allora chétati e ascolta. Allora, devi sape' che quando costruinno i' DDòmo...
- Costruinno? 
- Costruiedero. Ma aspetta un attimo... volevo chiamare Paolo a Roma insieme a te, chiamiamolo ora visto che sei arrivato in anticipo, no?
Ore tredici e trenta. Paolo, affermato architetto trapiantato da Firenze nella capitale, con la giovane fidanzata Amanda, che è anche la praticante del suo studio, sta rientrando a casa, in via Palestro, dopo il lavoro. Un pranzo veloce, e saranno di nuovo in studio. La telefonata di Francesca lo sorprende già con le chiavi in mano. Le rimette in tasca.
- Carissima! No che non mi disturbi, affatto! Come? C'è anche quel finocchiaccio di  Nicola?!
Mentre parla, prende ad andare in su e giù per il marciapiede. Amanda si allontana verso l'angolo, spulciando il cellulare a sua volta. E' molto appariscente, Amanda. Le piace mettersi in tiro, anche per andare al lavoro. Molte teste si girano al suo passaggio, e lo sa.
E lo sa pure il guidatore di un'Audi, che transita in quel momento da via Palestro verso l'angolo con via Venti Settembre, a bassa velocità, e la guarda fissa... e lo stop si avvicina...
L'impatto è inevitabile. L'utilitaria diretta verso Porta Pia prende in pieno l'Audi che ha occupato la carreggiata e viene sbalzata nell'altra corsia, colpendo un'altra auto, due scooter, e coinvolgendo altre auto che non riescono a frenare in tempo. Sette saranno i feriti, non gravi.
Ore sedici e venti, Policlinico Umberto I, Pronto Soccorso del CTO. Due dei feriti nell'incidente si guardano sconsolati mentre aspettano il loro turno per gli ultimi accertamenti. Per entrambi si prospetta un ricovero nel reparto di Ortopedia. Occupavano il sedile posteriore di un auto blu diretta verso la Camera. Sono due giovani deputati dell'opposizione.
Pochi minuti dopo, aula di Montecitorio.
Prende la parola il Presidente della Camera.
"Comunico i risultati della votazione, a scrutinio segreto, concernente l'autorizzazione all'arresto del Presidente del Consiglio, Onorevole B.
Presenti 595. Astenuti zero.
Maggioranza 298.
Favorevoli 297, contrari 298.
La Camera respinge".
Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Qualche volta non è un uragano, ma si verifica con identica ineluttabilità. 



venerdì 3 dicembre 2010

Storia di un atomo di idrogeno

Un sacrilego omaggio a Primo Levi, che sulla sua pelle provò gli effetti dell'odio per il diverso, cioè della paura dei propri limiti.


Quando giunsi su questo pianeta, esistevo da un tempo per voi inconcepibile. Senza inizio. Avevo già sperimentato tutti gli stati, tutte le reazioni, le temperature, le pressioni possibili. Ma non pensate che io sia arrivato "qui" da "altrove" "in un certo momento". Lo so che questo è il vostro modo di ragionare, e che vedete questo brandello di materia come centro di tutti gli spazi e origine di tutti i tempi. Gli Einstein sono profeti senza patria per un genere umano che non vede al di là del proprio interesse immediato.
E' che quando si forma un pianeta, il qui e ora diventano concetti molto relativi (oddio... lo sono più o meno sempre, in realtà).
Comunque sia, su questo pianeta sono tornato dopo moltissimo tempo a interagire con l'ossigeno. Il mio collega era molto più avvezzo di me, io mi son sentito tirar via l'elettrone fino a raggiungere un equilibrio caratterizzato da una struttura mirabile, che da sola spiega e racchiude in sé la meraviglia degli oceani e dei ghiacciai. Ciò che in quella frazione di millisecondo si manifestava era la differenza di elettronegatività tra idrogeno e ossigeno. No, non si tratta solo di una noiosa proprietà degli elementi che potete studiare sui testi di chimica. E' che senza di essa l'acqua sarebbe un gas, e la vita così come la conoscete non esisterebbe. Proprio così, la vita, e le interazioni che la caratterizzano si basano sulle differenze, cari signori. Vallo un po' a spiegare a Bossio e Calderolio, quei due tronfi atomi di Xenon che conobbi tanto tempo fa, che come tutti i gas nobili non "compartecipano" i propri elettroni con altri elementi, fieri della propria unicità. Le differenze con gli altri elementi li respingono, e così se ne rimangono ai margini della vita (xeno=straniero. Lo sapessero, poveretti...).
Da quel primo istante ho trascorso nella mia amata acqua milioni di anni indimenticabili, negli oceani, nei fiumi, nei laghi, nelle falde, nelle nuvole, in tutti gli organismi possibili. L'acqua è veramente la più grande meraviglia di questo pianeta (qualcuno di voi l'ha capito... guardate l'idrogeno tacere nel mare...); il legame a idrogeno (!) è un'ammaliante magia che permette tanto la dinamicità del liquido quanto la perfezione geometrica del ghiaccio.
E ho conosciuto un altro grande amore. Il carbonio. L'elemento chimico della vita. A dir la verità, con questo elemento puoi avere anche rapporti non tanto piacevoli. Gli idrocarburi non sono composti molto interessanti in cui stare. Gli incontri con l'ossigeno poi, quando sei in questa forma sono... turbolenti, ecco (specie negli ultimi tempi. Ho il sospetto che voi uomini in questo abbiate un qualche ruolo). Ho fatto parte di qualsiasi molecola organica possibile, e della moltitudine delle molecole biologiche. Gli aminoacidi, che sublime perfezione in quel tetraedro con al centro un atomo di carbonio! Qualche volta mi lego a lui, altre sono nella catena laterale, a volte nel legame peptidico. E che strutture  tridimensionali fantastiche si formano dal ripiegamento di una catena di aminoacidi, e che bello quando nell'assestarsi della struttura proteica è un mio legame a idrogeno con un atomo di ossigeno o di azoto che permette una  particolare conformazione in un certo punto! e che enormi variazioni di struttura e funzione, al variare del numero, della posizione e della disposizione dei mattoni fondamentali! non è un altro inno questo all'importanza delle differenze?
Che dire poi degli zuccheri? specie di quelli complessi, basta che cambi l'inclinazione di un legame di uno di noi con un carbonio, che la catena risultante risulta adatta a far da polimero strutturale in un caso (cellulosa), o da riserva energetica nell'altro (amido o glicogeno). Una differenza minima ma fondamentale!
La mia passione però sono gli acidi nucleici, specie il DNA (a proposito, è comparso prima lui o le proteine? io lo so. Ne son stato testimone, e mi meraviglio che vi rimangano ancora dei dubbi). Nella doppia elica son stato in tutte le posizioni, nello scheletro zucchero-fosfato, nelle basi. Anche qui è bellissimo contribuire col "mio" legame alla stabilizzazione dell'elica e al suo svolgersi.
E qual'è la più grande fabbrica delle differenze di questo pianeta, se non il DNA? Pensateci... nel vostro organismo è identico in tutte le cellule, tranne quelle sessuali mature. Identico (lasciate perdere le mutazioni, pignoli)! ma sono forse tutte identiche le vostre cellule?
Ricordate i vostri grandi cosa hanno detto, invece di stare a bocca aperta in piazza san pietro. Quel Gautama Shakyamuni, ad esempio. "Innumerevoli significati derivano da un'unica legge". 
Oh, il DNA di un organismo è un ottima concretizzazione di questa legge. Grazie a lui, si producono le proteine giuste dove servono. Io sono stato in tutte queste, innumerevoli. Nelle proteine di superficie, diverse nei vari tipi cellulari. Nell'emoglobina per veicolare l'ossigeno nel sangue, nella trombina per farlo coagulare al bisogno. Nelle proteine contrattili dei muscoli, in quelle fibrose dei tessuti connettivi. Potrei continuare per i prossimi cinquant'anni, ma molti di voi sarebbero già morti.
E che vogliamo dire della molteplicità di forme di vita che popolano la terra, da quelle microscopiche a quelle gigantesche, di tutte le forme, colori, distribuite in tutti gli ecosistemi? Poco, perché il mio contributo è trascurabile anche se continuo... Vi faccio però notare un aspetto. Avete presente quei rapporti fra specie diverse in cui entrambe traggono vantaggio? Mi riferisco alle simbiosi mutualistiche, che siano di breve durata come quelle tra gli animali impollinatori e le piante a fiore, o quelle definitive come i licheni o... VOI e la flora batterica che colonizza il vostro intestino. VOI date ai batteri il sostentamento, loro vi proteggono dai batteri patogeni, vi producono vitamine e vi fanno tante altre cose. Ci possono essere organismi più diversi di voi e loro?
Perché vi dico questo?
Perché le differenze sono fondamentali. Le differenze uniscono. Le differenze, se unite, danno un tutto che supera la somma delle parti.
Ma a veder voi sembra ci sia un'eccezione. I rapporti tra gli uomini. Tra i singoli, e forse ancora di più tra i gruppi. Sembra che le differenze vi dividano. Vi spaventino. Mi sembra di riveder Bossio e Calderolio, tzè.
Religione, etnia, cultura, luogo di nascita. Tutto è una scusa buona per dividervi; in questo modo, la somma delle parti è sempre zero, qualunque  esse siano. Vi inventate radici che non hanno senso, simboli per rimarcare una presunta unicità da piazzare anche nelle scuole, perché il pregiudizio si possa fissare anche nel futuro.
Cambiate indirizzo, perché siete fuori dal seminato, qualcuno vi aveva avvertito. 
Come chi?
"Innumerevoli significati derivano da un'unica legge".
Date retta, c'ero prima di questo pianeta, e continuerò ad esserci alla sua morte.

giovedì 25 novembre 2010

Vàdino, signori, vàdino... da Silas. ;)

Dopo il primo racconto di due settimane fa, oggi Silas Flannery sul suo blog Il padre dei racconti me ne ha pubblicato un altro.
Su, cliccare. ;))


Intanto, faccio una sanatoria dei pezzi da The Wall da pubblicare per questo motivo
Ne mancano solo due...











lunedì 22 novembre 2010

Non tutte le domande richiedono risposta.

Una metà pomeriggio come tante altre.
Nel corridoio la luce rossa e il segnale acustico si accendono all'unisono.
L'infermiere entra nella stanza con fare tranquillo, disinvolto. Un solo letto è occupato. Spegne il campanello e osserva quella che viene chiamata "l'unità" del paziente. Quella che in ospedale per qualche tempo diventa il suo mondo. E visto da fuori lui ne diventa parte integrante.
La ragione della chiamata è presto individuata, il flacone di soluzione fisiologica pende vuoto sull'asta portaflebo. Sorridendo tra sé l'infermiere, senza guardare in faccia il paziente, si dirige sul lato sinistro del letto, chiude il morsetto e sostituisce la flebo per poi riaprirlo, inconsapevole dello sguardo del paziente che ne segue i movimenti e soprattutto gli occhi.
L'infermiere controlla la lista dei pazienti che ha in tasca, legge qual è l'intervento chirurgico subito dal paziente. Non è tra i pazienti che segue direttamente, ma è bene conoscere anche gli altri ricoverati. E' molto scrupoloso. E, a dirla tutta, inconsciamente non è che si fidi del tutto dei suoi colleghi. 
Così controlla i drenaggi inseriti nell'addome e gli altri tubi confluenti in sacchetti ordinatamente sistemati alle spondine del letto, il catetere per l'urina, il sondino per il contenuto  gastrico. Passa poi a esaminare la medicazione della ferita chirurgica, e per la prima volta si rivolge al paziente chiedendo:
- Ha dolore? - puntando lo sguardo su un punto indistinto tra il comodino e la porta.
Nel rispondere "un po'", il paziente pensa che una controllatina se la merita magari anche lui in persona.
- E' tutto a posto? - chiede - sa, tutti questi tubi... non si sa mai come muoversi, sempre in tensione con la paura di far danni. Ma per quanto tempo dovrò tenerli?
L'infermiere lo guarda negli occhi per la prima volta e sorride, ma senza trasporto. Gli piace cercare di chiarire i dubbi dei pazienti, cercare di calmare le loro ansie. Cercare i termini giusti, comprensibili a chi non è dell'ambiente. Senza sconfinare nel lavoro altrui.
Così fa anche in questa occasione. Se avesse voluto informazioni sul decorso standard per il tipo di intervento in questione, il paziente non avrebbe potuto chiedere di meglio.
Ma evidentemente il paziente chiede di più. Ne ha bisogno. Si sporge in avanti quanto può e alza le pupille dritte negli occhi all'infermiere, fermo in piedi al suo fianco:
- Avrei ancora una domanda.
L'infermiere cerca consapevolmente di manifestare il suo interesse, disponendosi all'ascolto attivo.
- Perchè proprio io? - Detto ciò, il paziente si adagia esausto di nuovo sul letto, mantenendo però lo sguardo nella stessa direzione. Il suo volto riversa all'esterno tutta l'angoscia accumulata nelle tre settimane da quella diagnosi infausta...
Quelle semplici parole bastano ad abbassare il velo dagli occhi e dalla testa dell'infermiere. Percepisce la freddezza dei suoi gesti di poco prima.
In pochi attimi ricorda e finalmente vede il dramma di quel giovane uomo di neanche quarant'anni, una moglie, una bambina di nove anni, una diagnosi terribile. Una forma tumorale tra le più aggressive, un'operazione con poche speranze di riuscita, la prospettiva di estenuanti trattamenti di chemioterapia.
Si vergogna del suo autocompiacimento.
Una vista riaffiora e viene alla fine compresa, la collega che non fa entrare la donna e la bambina, perchè "non è orario di visita". Che automi burocratici diventiamo...
L'infermiere avvicina una sedia. Gli occhi dell'uomo sono di fronte ai suoi.
- Non ho alcuna risposta a questa domanda.
Il paziente sorride. Pare riflettere un attimo, poi con fatica si gira leggermente sul fianco.
- Sai perchè te l'ho chiesto?
L'infermiere lo sa. Sa che in quel momento in quell'uomo qualcosa di esterno aveva esacerbato il suo dolore. Pensa che potrebbe rispondere un "no" e far parlare il paziente. Ma non vuol più nascondersi.
- Beh penso che in quel momento tu volessi anche vedere se ti buttavo lì la prima banalità che mi veniva in mente, tanto per cavarmi d'impaccio.
Si guardano negli occhi, in silenzio. Il paziente cerca di sorridere, ma un singhiozzo lo scuote. Annuisce, più volte.
- Ci sono domande a cui non puoi dare risposta. 
Le mani si stringono. Poi l'infermiere si alza, vede che  il paziente ha bisogno di riposare. Questi indica qualcosa. La flebo finita. L'infermiere la toglie sorridendo.
Alla fine del turno, l'infermiere sta di fronte allo specchio dello spogliatoio, le mani appoggiate sul lavandino, il busto inclinato in avanti.  Ha appena visto quella moglie con la bambina andarsene alla fine di un altro orario di visita, gli occhi gonfi. Si guarda fisso in faccia, a lungo.
Non tutte le domande richiedono risposta.
Altre, di fronte a se stessi, ne esigono una, senza veli né esitazioni.  





mercoledì 10 novembre 2010

Su, accorri anche tu numeroso/a...

... sul blog di Silas Flannery, il padre dei racconti, che oltre a meritare di per sé una visita quotidiana, oggi ospita un mio racconto.
Dove tratto di ermeneutica, batracomiomachia, paralipomena, un branco di fìe (forse) & cazzi vari.
Andavateci e leggerestelo, la sintassi è ottima, garantito.

Nel frattempo, continua l'avvicinamento musicale alla Firenze Marathon.